Nac_2006 _Testi
di Claudio Beccaria
Il 2 febbraio 2006, presso gli spazi di corso Cavallotti 11, Nac propone una personale della giovane artista novarese Claudia Maina, proseguendo una linea di valorizzazione e visibilità offerta alle personalità creative emergenti nel territorio, che annovera dal 2003 le presenze di Federico Ambiel, Barbara Fragola Degli Esposti, Alessandro Roma, Marco Currò e Roberto Palermo.
La giovane artista, invitata a interpretare i nostri spazi, ha organizzato un percorso di lettura ambientale articolato in stanze successive che conduce lo spettatore all’interno del suo originale e complesso sistema di ricerca visuale, luogo di elaborazione mentale e formale che slitta continuamente tra i permeabili confini linguistici della scultura, dell’installazione, del progetto grafico, del video.
Non a caso l’artista si è laureata all’Accademia di Belle Arti di Milano con una tesi dal titolo “Musica come scultura del tempo. Scultura come musica dello spazio” con il docente di Storia della Musica Roberto Favaro, in cui già sviluppava l’analisi dei sottili rapporti che intercorrono tra linguaggi espressivi differenziati, e che divengono oggetto della sua raffinata indagine, intrecciata sempre con tematiche ispiratrici di riflessioni sulla dimensione di uno spazio esistenziale, a volte colto problematicamente in sequenze-limite di compressioni anche soffocanti, se non di piccole ossessioni private che si proiettano nei lavori “Siamo come le cimici”, “Portacimice”, “Invasione”, con bicchieri di vetro su tavoli e sedie in formica verde. Appaiono strane architetture cristallizzate, “città che salgono”, non in dinamiche futuriste, ma in un accumolo di cellule simili a strutture microabitative, congelanti cinicamente al loro interno omini-cimici, metafore dell’impossibilità di un tessuto di relazioni umane o di un afasia comunicativa di fredda sospensione atemporale. Le contraddizioni di questi estesi contesti sociali sono esplicitamente connesse dall’artista ad ansie di natura più intima, dettate dall’ambigua relazione con il ristretto mondo domestico, in uno spazio del quotidiano in cui l’orizzonte-limite è rappresentato dal tavolo della vecchia cucina che diventa luogo di reazione poetica, di evocatività infantile, ludica e nostalgica nel segnare il passaggio in un altro luogo “mentale”, dove accadono processi di dislocazione e frammentazione di un Corpo/identità sezionato e dissociato, ma che non rinuncia alla ricerca di un’unità ricompositiva nella dinamica rituale del gioco, come nella sua replica su diversa scala del vecchio “gioco del quindici”. Qui Miss Maina decostruisce e moltiplica la sua immagine non più in un tempo-spazio intimo e circoscritto, ma in un atto di condivisione sociale, concedendosi alla manipolazione dello spettatore nel magico e perpetuo gioco di rigenerazione delle immagini, come nella sua più recente opera video “MMM Miss Maina Magic”, dove l’artista si sdoppia in valletta e mago, segata e scollata in un gioco di prestigio, in attesa che il pubblico le rimetta la testa a posto. Solo allora lo spettatore avvertirà, forse, la possibiltà/necessità di libero accesso e uscita dallo spazio sospeso dell’arte e del gioco, dal corpo dell’artista e dalla sua scatola magica.Associazione NAC_Novara_2006

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