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Cantiere San Bernardo_2009 _Testi

di Anna Lagorio


Claudia Maina è un’artista silenziosa. Il suo lavoro procede per accumulazioni, concedendo poco spazio alla parola. A partire dalle prime sculture in terracotta: Azione, Il compatto, Camminano (2001). In questi miniteatri esistenziali, gli uomini avanzano in un’unica direzione. La superficie è piana e uniforme, non ci sono indizi né segnali disposti a guidarli. Ognuno procede da solo, riducendo gli scambi comunicativi a puri gesti, come una stretta di mano o la condivisione casuale di un attimo di riposo. Per la maggior parte del tempo, però, lo stato di solitudine costringe l’uomo a confrontarsi con la propria identità.

Anche l’installazione Volo (2004), mette in scena una condizione di (auto)isolamento. La scena è scarna. Ci sono solo un materasso, dell’erba fresca, degli orecchini sospesi nell’aria.

Un tappeto di erba delimita i confini dell’opera, focalizzando l’attenzione sull’elemento cardine della scena: un letto candido, con la trapunta appena spostata, proprio come prima di andare a dormire. Riposo, culla, protezione o spazio di indipendenza onirica, il letto rievoca memorie infantili e suggerisce un desiderio. Quello di fermarsi, mettersi sotto le coperte, pensare. Correndo il rischio di non volere/sapere più uscire da quel rifugio sicuro.

Nella sua ricerca, Claudia Maina utilizza spesso gli elementi domestici in chiave perturbante. E così, nella serie Mondo Cimice, un tavolo di formica, uno sgabello o delle sedie diventano i sostegni su cui costruire intere città, fatte di uomini-cimice intrappolati dentro a grappoli di bicchieri di cristallo.

Nella familiarità e nella quotidianità degli arredi – tratti dalla memoria personale dell’artista – , si insinua una distorsione, un elemento di panico. La condizione di disagio è costruita estremizzando una sensazione di calma apparente. In questa situazione di assoluta immobilità, lo spettatore è costretto a trattenere il fiato per paura di distruggere tutto. Basta un soffio per far crollare il castello di carte. Niente è sicuro all’interno di queste città verticali.

La dimensione psicotica dell’abitare è suggerita dall’accumulo di forme identiche, ossessive. La condizione di astenia comunicativa è totalizzante e si innesta su un piano intimo e privato. E così, in VI CIMICE i banchi di scuola evocano un paesaggio interiore, il tempo acerbo di chi si affaccia alla vita, con le sue ansie e fragilità. Le stesse che Claudia Maina fa emergere nelle relazioni impossibili fra individui-cimice. Prigionieri involontari costretti a lottare contro ostacoli trasparenti. In assoluto, sadico, silenzio.

Cantiere San Bernardo_Pisa_2009